L’uomo stava in piedi sulla pensilina della stazione, fermo, ma visibilmente impaziente e agitato.
Una forte pioggia imperversava sulla cittadina di Rockburg ma lui non sembrava darle peso; nonostante fosse completamente fradicio di quel freddo temporale di fine autunno, lui era sempre li, immobile.
La mano destra in tasca, a cercare un pò di calore per l’estremità ormai intirizzita dal rigido clima; nell’altra stringeva un piccolo mazzo di fiori di campo, piegati dal peso della pioggia.
I suoi occhi cristallini riflettevano nella notte la luce dell’unico lampione presente, il suo naso e le sue gote erano livide per il gelo ormai da tempo.
Ma quello che colpiva era la sua bocca: stava sorridendo.
Era un sorriso impercettibile, nascosto, quasi a voler nascondere agli altri la ragione di tale felicità , qualcosa di profondamente intimo che non era concesso di sapere al mondo, un segreto gelosamente custodito.
Stava sicuramente aspettando qualcuno, ma chi? Nessuno lo sapeva, neanche i suoi amici più intimi, che aveva abbandonato qualche ora prima per venire in questo posto, senza dire una valida spiegazione.
E cosi adesso era li, pronto ad accogliere quel treno.
Il capostazione lo vide e gli si avvicinò offrendogli un ombrello, lui gentilmente rifiutò il il gesto ringraziandolo per l’attenzione dimostratagli.
Ma non ne aveva bisogno, la pioggia e il freddo non erano un problema, non sentiva niente, il suo sorriso era un cappotto e un ombrello sufficiente a proteggerlo e un raffreddore era in quel momento l’ultima delle sue preoccupazioni.
All’altro uomo sembrò quasi che piangesse di gioia, ma non poteva giurarlo, avrebbe potuto anche essere la pioggia che scendeva sul viso e il buoi lo copriva in parte.
Ormai erano ore che aspettava, ma poche ore in confronto a quando aveva atteso quel momento non erano niente. In lontananza, dalla sua sinistra, giunse un fischio prolungato, poi una luce che cresceva di intensità e si faceva sempre più grande.
Il vecchio treno a vapore con le sue quattro carrozze debolmente illuminate stava per portare a termine il suo ennesimo viaggio; in 20 anni di servizio, mai un ritardo o un capriccio, come un cane fedele aveva svolto il suo compito al meglio.
L’uomo fece due passi indietro per evitare lo sbuffo del vapore, questo era il suo primo movimento dopo ore di completa immobilità e le ginocchia si fecero sentire, ma non aveva voglia di ascoltarle e i suoi occhi frenetici si muovevano rapidamente alla ricerca di qualcosa nelle carrozze.
Poi si fermò di scatto, circa a metà della terza carrozza.
Il suo sorriso si aprì come un fiore che sboccia in primavera, gli occhi ora brillavano, tremolanti nella fioca luce artificiale. Le porte della carrozza si aprirono e un getto di vapore le celò alla vista dell’uomo per un istante.
Ma la sagoma che si intravedeva nel fumo non lasciava dubbi. Era lei. Era arrivata. E tutto ora sarebbe cambiato.
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