Archive for the ‘ Fogli Sparsi ’ Category

Condominio48 : Introduzione.

Tutti hanno da raccontare una storia, certo, più o meno bella, ma è sempre una storia in fin dei conti. Vita vissuta, un passato oscuro, un futuro incerto tutto è legato e intrecciato, soprattutto se si vive in un condominio: Condominio48 appunto.

Tutto quello che non avreste voluto sapere sulla vita di un condominio: ovviamente riscritto e rimasterizzato in chiave letteraria/appassionante/non noiosa, altrimenti che scrivo a fare?

Una buona storia si sa ha bisogno di un luogo e di personaggi che recitino bene le rispettive parti, volenti o nolenti; in fondo siamo tutti parte di un unico grande palcoscenico..

Questi sono solo alcuni, gli altri salteranno fuori quando richiesto:

  • Psicodrug
  • La Bona
  • Il Mammone
  • La Pettegola
  • Il Vecchio
  • Il Duce
  • La Cinofila

Tante storie verranno narrate da me, il Proprietario dell’Attico.

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Il rapporto di coppia

Che cos’è il “Rapporto di Coppia“? Scienziati da decenni lo studiano, sociologi lo simulano, cantanti lo cantano ma nessuno riesce a spiegarlo.
Per quale motivo? perchè è cosi difficile comprendere i meccanismi che scattano all’interno di una coppia? Illustri nomi ci hanno provato ma con insuccessi: Einstein, l’ippopotamo blu della Lines, Zenigata e anche Astolfo il cammello Bolfo, ma niente..

Sembra semplice ma non lo è e provo a spiegarvelo in poche parole:

  • La donna può fare quello che vuole e se una cosa la ritiene sbagliata, non è certo che se la fa lei lo sia per forza; anzi può apparire giusta..
  • Un uomo è zerbino quando fa quello che la donna dice, senza proferire verbo nè lamentarsi: questo perchè lui è innamorato di lei e ha paura di contraddirla e quindi di perderla e lei ne approfitta vigliaccamente.
  • Se invece un uomo fa quello che la donna vuole perchè in caso contrario lei inizia a :
    1. Piangere
    2. Tirare giù i santi uno per volta
    3. Non dartela
    4. Iniziare con la tecnica del senso di colpa: ” eh ma non mi ami più come una volta, e prima l’avresti fatto senza fiatare

    Ecco, questo non è zerbinaggio, è RICATTO.

  • Alzare una mano sulla propria compagna è vile e anche punibile per legge, ma se lo fa lei è consentito: quindi graffi, occhi neri, dolori al basso ventre sono di casa.
  • L’uomo è il portafoglio della donna, lei non lo prende su se esce con lui.
  • L’uomo indovina sempre cosa piace alla donna, anche perchè prima di eventi in cui è richiesto un regalo, quando la coppia è in giro per negozi, lei subdolamente inizia a urlare dentro un orecchio del compagno “EHHHHHHH, ma quanto mi piace questoooooooooooooooo“.
  • La donna è felice se lui inizia a riempirla di attenzioni, coccole e regali. Lui è contento solo se lei gliela da (e questo dall’inizio dei tempi)..
  • Lui deve iniziare ad avere TERRORE quando lei inizia a guardare negozi di abiti da sposa o a desiderare un animale, oppure quando ti chiede cosi di sfuggita: “sei in affitto o è tua la casa?

Queste sono solo poche verità innegabili e immutabili nel tempo e nello spazio. Seguiranno altre verità nei prossimi post, in quanto si apre con questo una serie a puntate di “Racconti di coppia“.

Seguite numerosi e interagite :P

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The time is gone..

Io non ci stavo facendo neanche caso, se non per il counter che ho piazzato sotto il calendario.
Ma tra una settimana da adesso è Natale..

Paura..

E’ proprio vero che è una festa per pelli pampini puoni, perchè a me non frega più di tanto.. Ce ne ho messo di tempo per convincermi che ormai sono cresciuto, anche se in queste occasioni dovrebbe ritornare, seppur per poco, il bambino che è in noi.
Il bambino che guardando una vetrina di giocattoli o dolci gli si illuminano gli occhi, urlando alla madre “questo! questo!”, oppure quello che si emoziona passando per le vie di un centro in festa, con le luci e la gente che porta almeno 3 o 4 borse di regali per i propri cari.

Però non è più cosi, e il cambiamento si fa sentire: devo ancora prendere i regali ai miei e ai miei amici, e non so cosa prendere, quando solo l’anno scorso il 5 dicembre li avevo gia comprati tutti.
Prima non riuscivo a capire le persone che si ostinavano a non volere nulla per Natale, ma adesso sto iniziando a comprenderne la logica triste.

Non so perchè sto scrivendo queste parole, non sono nè contente nè tristi, forse sono solo rassegnate a un destino che procede come un bulldozer in un negozio di cristalleria, va dritto e non guarda in faccia nessuno, cambia tutto e tutti nel modo più silenzioso possibile e quando ce ne accorgiamo siamo i primi a negare di essere cambiati, in peggio.

In questo momento le mie preoccupazioni più grandi non sono cosa mangerò al cenone con i parenti e cosa riceverò per regalo, ma solo cosa dovrò studiare per l’università e come organizzarci per andare via l’ultimo e se mi conviene

Penserò al massimo che se nevica vorrò andare a bobbare lungo le colline dietro casa mia, con i miei amici.

D’altronde ho 21 anni, lo so che magari si è ancora giovani, ma si è troppo giovani per gli adulti e troppo adulti per i bambini. E’ una perfetta e scomoda fase di transizione. Si vorrebbe stare ancora un pò in un periodo di gioia e serenità, solo che il tempo ha bussato alla porta e adesso bisogna andare, lasciare spazio ai nuovi bambini.

Ma io ho comunque intenzione di fregarlo questo tempo, mantenendo comportamenti e facendo cose che mi mantengano ancorato per quanto più possibile a un mondo che non mi appartiene più: fumetti, videogiochi, cartoni animati, dolci.. Tutto qua, non aspettatevi di più perchè non ci riesco.

Scusate il post di questo genere in un periodo prenatalizio, ma mi sono alzato dalla parte sbagliata del letto stamattina.

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La decisione

Notte. Buio. Silenzio.

Morfeo ha coperto la città con il suo manto invisibile, facendo sprofondare tutti in un tranquillo e meritato riposo.
Tranne uno. Nel suo letto non riesce a dormire, sta piangendo.
Sta piangendo lacrime pesanti, quelle lacrime che non riesci a fermare neanche se vinci alla lotteria; cosi calde che sembrano bruciare mentre dagli occhi arrivano fino alla coperta lungo il solco che da tempo si è formato.

L’uomo intanto sta guardando fuori dalla finestra, maledicendo il mondo che non soffre come lui. Le luci dei lampioni sembrano sbeffeggiarlo e la macchina in strada passa senza degnarlo di uno sguardo.
Si sente a pezzi: non ricorda neanche quando ha iniziato a piangere, tutto gli sembra confuso al punto tale da avere dimenticato anche la causa della sua sofferenza.

Il ricordo riaffiora alla mente e il ritorno alla realtà è come un pugno nello stomaco, duro e crudele.
C’e’ sempre di mezzo una donna nei problemi dell’uomo, “Nè con loro nè senza di loro”, non è questo il detto?
Questa donna gli ha lasciato una ferita profonda nel cuore. La ha amata e tutt’ora continua a farlo, senza di lei la vita non avrebbe senso.

E’ stata lei a farlo cambiare: un cambiamento che non avrebbe mai potuto ritenere possibile. Come si può cambiare un’uomo? Solo l’alcool o la droga possono tanto.
Ma lei era diversa. Ogni parte del suo corpo e della sua mente lo attraeva in una spirale infinita di amore e desiderio.
Il problema era uno solo: quel maledetto figlio di puttana che l’aveva portata via.
“Ti amerò per sempre” le aveva detto.. Tutte stronzate.

Intanto fuori il mondo si stava rischiarando dalle tenebre di una notte infinita. Un altro giorno stava per cominciare.
L’uomo si asciugò quello che restava del suo dolore e aprì il cassetto del comodino, tirando fuori una pistola.
La prese in mano e la osservò a lungo, come ipnotizzato dal quell’oggetto cosi affascinante.
Guardò fuori dalla finestra e la sua bocca abbozzò un sorriso stanco: “Si, questo sarà un bel giorno”..

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L’animo umano

Se i suoi occhi avessero incontrato il mio sguardo sarebbe esplosa in un pianto senza fine. Stava soffrendo e io non potevo fare altro che osservarla andare a fondo, in un abisso infinito, senza poter tenderle una mano per riportarla in superficie, dove tutto sarebbe stato tranquillo.

Come eravamo arrivati a questo punto? Forse il caso, forse il destino, o forse semplicemente perchè cosi doveva essere. Senza onta nè disonore il suo essere, così puro e onesto, mi era apparso sotto un’altra luce, cristallina, luminosa, accecante. Non mi accorsi di niente: una mattina decisi che era ora di voltare pagina e abbandonare per sempre tutte le mie vecchie sensazioni legate a un passato che non sentivo più mio, come un maglione stretto, vento di novità, vento di cambiamento.

Amore, Odio, Amicizia, tutto era stato resettato e calibrato di conseguenza con questa mia nuova realtà. Nessuno ne aveva colpa, neanche Dio, al quale vengono rivolte tutte le richieste e le condanne dell’uomo, giuste o ingiuste.
Tutto di lei era cambiato. Era sempre uguale ma qualcuno mi aveva sostituito gli occhi e il cuore e me ne avevano forniti altri che la facevano diventare unica e insostituibile, come la propria vita.

La sua bocca, il suo viso, il suo corpo, la sua mente brillavano di luce candida ed emanavano calore, non invadente, ma penetrante e dolce come un plaid in una notte di inverno o come il calore di una madre che avvolge il bimbo appena nato.

Se mi avesse guardato avrebbe bagnato i suoi occhi, non lo avrei permesso; avrei preferito mille volte che mi venisse strappato il cuore dal petto e gettato nel fuoco, piuttosto che farla soffrire.
Non le posso fare del male, non le voglio fare del male, sono io che dovrei proteggerla dai mali del mondo e non essere l’artefice della sua sofferenza.

Ormai non posso fermarmi, non adesso, non dopo quello che ho detto e fatto, perchè sarebbe una azione ignobile per il mio animo. La mia mano, come dotata di volontà propria si avvicina al suo viso e lo accarezza, con dolcezza, con pace e amore. Il mio viso si muove lento ma costante verso la sua bocca, a pochi centrimetri da lei si ferma, in attesa che lei compia lo spazio mancante..

Prego, se esiste un Dio, che quei centimetri interminabili vengano percorsi, lo spero tanto..

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Il Pugnale di Cristallo

In pochi si ricordavano un inverno cosi freddo, dal lontano 1827 anno domini, in cui la gente fu obbligata a starsene chiusa in casa perchè perfino i cardini delle porte si bloccavano per il gelo.
D’altronde cosa ti puoi aspettare dalla brughiera inglese se non freddo e miseria?

Pensieri cupi e misteriosi volavano come libellule nella mente del Barone Leicester, seduto nella sua elegante poltrona di rovere e tessuto color porpora, creata appositamente per lui da un falegname di Bristol anni addietro.
Intanto il camino si faceva sentire in tutto il suo calore, il fuoco intagliato in una cornice di marmo di Carrara, che era tanto di moda in quel periodo tra i ricchi Lord inglesi.
Il salotto era circondato in ogni sua parete da librerie, piene di preziosi libri e manoscritti dell’antichità, in particolare sul Rinascimento, l’epoca che più di tutte preferiva.
Arthur Leicester era un uomo di poche parole e di molti fatti: suoi i lavori di bonifica della palude, suoi i campi da qui al Kent e suo il signorile palazzo costruito, dal suo bisnonno, di fronte a un piccolo laghetto circondato dal bosco, esattamente in mezzo ai suoi possedimenti.
Gli affari e il suo carattere poco socievole l’avevano lasciato all’età di 67 anni ricco e solo, nessun parente o amico, salvo il suo maggiordomo, Gerrard, l’unica persona di cui avesse totale fiducia.

Adesso il Barone era li, in mezzo a quanto di più caro possedeva, di fronte al camino per raccogliere in pieno il calore sprigionato dal fuoco vivo che danzava al ritmo degli spifferi che arrivavano dalla finestra; nella sua mano destra stringeva un bicchiere di cognac gran riserva proveniente dalle sue cantine.

La porta dietro di lui si aprì, ma Leicester non se ne accorse minimamente perchè il sonno stava lentamente prendendo il sopravvento sulla sua lucidità.
L’altra figura era avvolta dall’oscurità ma se il barone si fosse girato l’avrebbe comunque potuta distinguere, li appena fuori dalla porta che si stagliava minacciosa e silente.

Iniziò ad avanzare furtiva verso la poltrona e da sotto il pesante mantello color pece estrasse un pugnale finemente lavorato con la lama di cristallo. Un’asse del pavimento scricchiolò al passaggio dell’uomo rivelando la sua presenza; il suono era lieve, quasi impercettibile ma tanto bastò al nobile per risvegliarsi dal torpore in cui era caduto da tempo.

Arthur fece appena in tempo ad accorgersi che non era solo nella stanza che l’aggressore era già dietro di lui: aggirò la poltrona e si trovò faccia a faccia con il vecchio barone.
Ma era troppo tardi per fare qualsiasi cosa perchè la figura nera aveva già alzato il pugnale, pronto per colpire la sua vittima; la lama catturò la luce del camino e la rilfesse per tutta la stanza.

In quel momento la luce colpì anche il volto dell’assassino e Leicester lo riconobbe senza esitazione: “Oddio, ma tu sei…”
l’omicida non gli permise di finire la frase, calando con violenza l’arma nel cuore del nobile.

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Il viaggio.

Mi è sempre piaciuto viaggiare. Non la meta, ma il viaggio in sè.

Non so perchè, forse mi è entrato nel Dna quando ero giovane perchè i miei genitori viaggiavano tutta l’Europa in camper e ho fatto mio questa loro abitudine. E ho sempre preferito le mete nordiche, forse per il freddo; niente di meglio che viaggiare sapendo che fuori si gela il culo.

Freddo, desolazione, neve, una strada, mono, bi, tricorsia, non importa. Basta andare. Benzina nel serbatoio e via, si parte.

Tutti questi ricordi mi tornano alla memoria, in maniera quasi Proustiana mentre aspetto che la pioggia cali di intensità, un vero e proprio nubifragio che non lascia scampo agli sprovveduti.
Sono fermo in questa stazione di servizio da ormai due ore, non sono sceso dall’auto se non per fare una pisciata; le goccioline d’acqua impattano la macchina e scivolano inesorabilemente lungo il parabrezza, chi veloce e chi piano e per passare il tempo scommetti su quale arriverà per prima in fondo.

La radio è sintonizzata via etere a una stazione di grandi classici, il volume è giusto, non invadente, crea la cornice a un momento magico; il motore è spento, ogni tanto lo accendo per riscaldare l’abitacolo.

Il mio sedile è spostato tutto indietro e reclinato per garantirmi una posizione comoda di attesa.
Il ticchettio della pioggia è costante e ritmico sul tettuccio come quei tubi di bambù chiusi alle estremità e pieni di sassolini, che se li giri creano un’effetto cascata.

Dentro l’auto è tutto buio, solo il display della mia Pioneer tradisce la presenza umana.
E accanto a me, sul sedile del passeggero c’e’ lei. Dorme da un pò perchè la pioggia le concilia il sonno; non potevo scegliere uan ragazza migliore, anche lei è del mio stesso parere sul viaggio.
Anche il suo sedile è reclinato per dormire meglio, come coperta ha usato il mio piumino; le è sempre piaciuto solo che è troppo grosso per lei e ogni volta che lo indossa scoppio a ridere perchè sembra ancora più piccola di quello che è in realtà.

Adesso è li, dorme profondamente; i suoi capelli neri le cadono stanchi sulla spalla, la faccia è rivolta verso il finestrino e io mi limito ad osservarla nel riflesso del vetro.
Anche se chiusi i suoi occhisono sempre belli, ogni volta che si avvicina a me trattengo il fiato per quanto sono verdi e limpidi, due piccoli smeraldi lavorati incastonati in un viso di cristallo.

La mia statuina, come la chiamo, e lei si incazza sempre perchè non lo sopporta.
Vorrei che questo momento durasse per sempre: è tutto perfetto, tutto fissato in maniera sublime, un’evento unico e irripetibile:

il lampione che ho davanti a me fa da previsione del meteo; vedo che la pioggia è scemata di molto rispetto a prima, ora è decisamente a livello più umano.
Giro la chiave: il motore assonnato si risveglia al primo colpo, come a salutarmi dopo il suo meritato riposo, rimetto il sedile a posto, luci, fendinebbia, cintura, frizione, igrano la prima e si riparte.

Dove? non lo so, per questo c’e’ tempo, intanto viaggio.

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L’attesa.

L’uomo stava in piedi sulla pensilina della stazione, fermo, ma visibilmente impaziente e agitato.
Una forte pioggia imperversava sulla cittadina di Rockburg ma lui non sembrava darle peso; nonostante fosse completamente fradicio di quel freddo temporale di fine autunno, lui era sempre li, immobile.

La mano destra in tasca, a cercare un pò di calore per l’estremità ormai intirizzita dal rigido clima; nell’altra stringeva un piccolo mazzo di fiori di campo, piegati dal peso della pioggia.
I suoi occhi cristallini riflettevano nella notte la luce dell’unico lampione presente, il suo naso e le sue gote erano livide per il gelo ormai da tempo.

Ma quello che colpiva era la sua bocca: stava sorridendo.
Era un sorriso impercettibile, nascosto, quasi a voler nascondere agli altri la ragione di tale felicità, qualcosa di profondamente intimo che non era concesso di sapere al mondo, un segreto gelosamente custodito.
Stava sicuramente aspettando qualcuno, ma chi? Nessuno lo sapeva, neanche i suoi amici più intimi, che aveva abbandonato qualche ora prima per venire in questo posto, senza dire una valida spiegazione.

E cosi adesso era li, pronto ad accogliere quel treno.

Il capostazione lo vide e gli si avvicinò offrendogli un ombrello, lui gentilmente rifiutò il il gesto ringraziandolo per l’attenzione dimostratagli.
Ma non ne aveva bisogno, la pioggia e il freddo non erano un problema, non sentiva niente, il suo sorriso era un cappotto e un ombrello sufficiente a proteggerlo e un raffreddore era in quel momento l’ultima delle sue preoccupazioni.

All’altro uomo sembrò quasi che piangesse di gioia, ma non poteva giurarlo, avrebbe potuto anche essere la pioggia che scendeva sul viso e il buoi lo copriva in parte.

Ormai erano ore che aspettava, ma poche ore in confronto a quando aveva atteso quel momento non erano niente. In lontananza, dalla sua sinistra, giunse un fischio prolungato, poi una luce che cresceva di intensità e si faceva sempre più grande.

Il vecchio treno a vapore con le sue quattro carrozze debolmente illuminate stava per portare a termine il suo ennesimo viaggio; in 20 anni di servizio, mai un ritardo o un capriccio, come un cane fedele aveva svolto il suo compito al meglio.

L’uomo fece due passi indietro per evitare lo sbuffo del vapore, questo era il suo primo movimento dopo ore di completa immobilità e le ginocchia si fecero sentire, ma non aveva voglia di ascoltarle e i suoi occhi frenetici si muovevano rapidamente alla ricerca di qualcosa nelle carrozze.

Poi si fermò di scatto, circa a metà della terza carrozza.
Il suo sorriso si aprì come un fiore che sboccia in primavera, gli occhi ora brillavano, tremolanti nella fioca luce artificiale. Le porte della carrozza si aprirono e un getto di vapore le celò alla vista dell’uomo per un istante.
Ma la sagoma che si intravedeva nel fumo non lasciava dubbi. Era lei. Era arrivata. E tutto ora sarebbe cambiato.

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La chiamata

Le sue grandi mani stringevano a se il corpo madido di sudore di lei. L’atto più bello che il Signore ci aveva concesso stava per essere ripetuto dalla coppia.
Dita corrono veloci sul suo corpo, atte ad ispezionarne ogni centimetro della sua intimità, fugaci baci elargiti come preziosi doni che solo pochi eletti potevano meritare.

L’eccitazione era al massimo, erano diventati un tutt’uno quando il telefono squillò, potente come uno sparo nel silenzio più totale della stanza da letto in stile vittoriano.
L’uomo ebbe un sussulto, la donna non lo percepì affatto.
Uno, due, tre squilli, sapeva che doveva per forza rispondere alla chiamata, alzò tristemente il ricevitore e dall’altro capo dell’apparecchio una fredda voce maschile esord’: “Agente McQueen, spero di non averla disturbata. E’ richiesta la sua presenza, immediatamente, codice Alpha Uno”.

McQueen non parlò neanche, d’altronde sapeva fin troppo bene che nel suo lavoro le domande erano solo fonte di distrazione.Agisci e basta, questo era il concetto chiave.
SI alzò dal letto e iniziò a vestirsi in bagno adiacente la stanza da letto, dove si diede una veloce rinfrescata al viso.
Non contava l’aspetto, contava essere pronto.

Quella non era la sua prima chiamata nel cuore della notte: ormai quindici anni di servizio nell’ NSA come agente speciale scelto, sezione anti terrorismo l’avevano temprato a dovere.
Quante missioni in nome dello zio Sam aveva svolto, tutte discutibili certo, ma aveva sempre eseguito gli ordini impartiti, senza discutere.

Anche stanotte non cambiava niente dal solito copione: squilla il telefono, rispondi, di ok e poi ti precipiti all’agenzia; non era difficile in fondo.
O forse stanotte sarà diversa dalle altre volte, magari stavolta potrebbe lasciarci la pelle.

Non che cercasse la morte, ovvio, chi sano di mente lo farebbe?, ma il pensiero di non potere stare con lei lo aveva turbato a fondo: d’altronde ogni lasciata è persa, se inoltre si tratta di una scopata da ancora più fastidio.

Ovviamente , fino a quel momento l’agente McQueen non avrebbe mai minimamente pensato che la sua donna, da qui a poche ore, sarebbe morta, e che il compito di ucciderla sarebbe toccato proprio a lui..

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L’ultima collina

Il paesaggio che si mostrava all’uomo dalla collina Xhiang Shi era sempre stato il preferito del vecchio generale Shang.

A prima vista poteva essere un paesaggio come un’altro, ma non per lui: l’immensa distesa di prati in fiore, alternati a boschetti di salice e ogni tanto, giusto per fare sentire a madre natura che in quella meraviglia, dimorava anche l’insignificante uomo, sporadiche fattorie e cascine comparivano come dal nulla.
E più in la, dove l’occhio perdeva la sua potenza nei dettagli, c’era il mare..

L’immenso mare, da sempre temuto e rispettato, ogni giorno saluta per primo il sole e questo ricambia il cortese gesto illuminando e scaldando tutta la sua superficie, creando cosi un maestoso gioco di luci.

Shang era cresciuto in questa vallata e anche se fu costretto ad arruolarsi molto giovane il suo luogo natio rimase chiuso nel suo cuoree diventò la sua forza in battaglia; doveva sopravvivere per vedere ancora una volta questo posto, e ancora una, e ancora, e ancora…

Ma ormai era vecchio, il suo desiderio era stato esaudito molte molte volte e a poche ore da una nuova battaglia era di nuovo qui a scrutare l’orizzonte.
Dai suoi occhi sgorgò una lacrima per quanto gli era stato donato fino adesso.
Si asciugò con la mano destra coperta da un guanto di seta bianca, come si addice a un generale, e con voce pacata disse al suo sottoposto : “Oggi è un bel giorno per morire”.

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Suono Pesante

Toc, toc, tump, toc.

Chi mi sveglia? Che sta succedendo? ho perso la cognizione del tempo..
Da quanto sono qui dentro? non lo so più ormai, secondi? Ore? Giorni? Anni?
Che buffo, e dire che sono sempre stato un calcolatore e un pignolo, non mi sfugge mai niente, ma adesso non so più neanche quanto semplice tempo è passato..

Toc, tump, toc..sempre più vicino, nella mia direzione, rumori assordanti mi colpiscono e mi danno fastidio..

Provo a muovermi, ma niente, il mio corpo non risponde alla mia mente, i muscoli non esistono più..
Provo a sussurrare “sono qui” , “aiuto“, ma non esce fiato dalla mia bocca che non è più abituata a parlare da tempo, provo a urlare con tutte le mie forze, stesso risultato..

Posso solo aspettare che quei toc e tump diventino sempre più vicini a me, e sperando che qualcuno mi veda e mi liberi da questa prigione di cemento e solitudine.

Toc, tump, toc, ecco, stanno aumentando e con essi aumenta anche la mia speranza.

Come sono finito qui dentro? Non me lo ricordo..
E’ interessante pensare come tutto sembri logico quando hai la mente e il raziocinio che ti sostengono, se invece questi vengono a mancare tutto diventa oscuro e velato tanto da non sapere neanche come si è finiti in un posto come questo..

Toc, To…

No non fermarti ti prego sei quasi qui vicino a me, ancora pochi colpi e mi potrai vedere..
Ti annuncio subito che mi dispiace, non volevo farti prendere paura, del resto, chi si immaginerebbe di trovarmi qui?
Non avere paura, non voglio farti niente di male, voglio solo dell’aiuto, ti prego non fermarti..

TOC, TOC..

Ecco, ci manca poco.
Ci siamo quasi.

Vedo finalmente la luce, anche se onestamente non ho più gli occhi, non ho più niente di mio addosso, la morte è tremenda, ti porta via tutto, e la decomposizione ti porta via anche l’ultima dignità rimasta..
Scusami se ti ho fatto prendere paura, ma almeno adesso mi sarà data quella dignità che mi è stata negata da molto tempo, giustizia e dignità, non chiedo più altro da questo mondo che mi ha tolto cosi tanto..

Adesso è tutto finito, vedrò finalmente la luce dell’eternità, adesso si che sono felice con me stesso.
Grazie che mi hai riportato alla luce, amico mio.

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