Archive for the ‘ Compagnia degli Sbandati ’ Category

Sottotitolo: Heil! Il Barone!

Non riuscivamo a capire se il tizio che stava parlando con noi fosse cosi o fosse un emerito imbecille.
Soldato (ora S.): “Heil! Per il Barone!”
Ciolaz: “Boh! Si! per il Barone…”
S.: “Ho l’onore di annunciarvi che siete attesi al palazzo del Barone, dal Barone in persona!! Heil! il Barone!”
C.: “Boh, vabbè! Il barone..si si..mah”
Osvaldo: “Ma sto qua è scemo?”
C.: “Che ne so, sono tutti strani”
Sgrog: “Ma chi è sto Barone?”
S.: “Il Barone è l’altissimo! il capo di questa magnifica città! Heil! Heil! Ho l’onore di servirlo da quando sono piccolo, viva il Barone”
E tutti i marinai e chi stava passando di li: “Il Barone! Viva il Barone!”
C.: “Ma tipo Viva Verdi?”
S.: “No! Il Barone! Viva il Barone!”
C.: “Scusi signor schizzato?”
S.: “Dica! Il Barone”
C.: “Si si, il Barone e tutti gli altri.. Mi dica ma perchè dobbiamo andare da lui?!
S.: “Questo ve lo dirà il Barone! Viva!
Tutti: ” Viva! Viva!”
C.: “Senta, ho mal di testa..Ci porta dall’esimio Barone?”
S.: “Si! Andiamo! Per il Barone”

Con uno strano passo dell’oca, a questo punto rinominato lo Scemo, ci portò attraverso i viottoli di Stormfist. Ridente cittadina di evidente stampo militare presentava palazzi austeri e squadrati, statue raffiguranti un tizio con divisa e mustacchi in ogni piazza e cosa ancora più fastidiosa ronde ogni cento metri di 4 guardie ciascuna.

Ma Stormfist non era solo una capitale governata con il pugno di ferro: la gente era libera, felice e tranquilla. Soldati e paesani si rifornivano negli stessi negozi, chiaccheravano tra di loro, facevano affari. Se da una parte il grigiore dei palazzi sembrava schiacciarti potevi volgere il tuo sguardo verso i colori del mercato dei fiori oppure verso gli abiti sgargianti dei giocolieri di strada o delle signore altolocate.

Stormifist era il paese dei mille odori e sapori: l’odore dello zolfo della polvere da sparo si mischiava a quello dei pescivendoli o dei panettieri, il rumore della fucina del fabbro si univa alle grida spensierate dei bambini. E’ proprio la città perfetta in cui vivere: criminalità ridotta allo zero, affitti ottimi, un buon sistema sanitario locale..

Siete contenti? Ve l’ho fatta la vostra bella recensione alla città.
Adesso potete anche togliermi la spada dalla gola no?
Si si..Heil! Il Barone!

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Sottotitoli: tutte le cose sono commestibili, basta saperle cucinare

Il moto impercettibile del barcone che stava conducendo la Compagnia al misterioso cliente di Lindsay stava causando nausea al mezz’elfo. “Maledetta nave, almeno si andasse più veloce..di questo passo potrei farla a piedi” sbottò risentito. D’altronde per quanto potesse lamentarsi, il fiume era la via di comunicazione più veloce e sicura che ci fosse in tutto il regno.

La settimana che serviva per raggiungere la città sembrava non finisse mai: infinite distese di campi coltivati seguiti da infinite distese di lande desolate e dietro uno sfondo fatto di catene montuose e nubi che le avvolgevano. Il sole caldo della bella stagione rendeva il tutto meno deprimente di quanto non potesse essere. Fino a quel momento la cosa più eccitante che fosse successa era stato osservare un bifolco brutto come la morte disquisire allegramente con una mucca troppo cresciuta in uno sfavillante sproloquio sgrammaticato.

Fino a quel momento.

Tum!…Tum!…Tum!….i colpi rimbombavano sotto la chiglia della chiatta e la facevano rollare fastidiosamente. Il capitano urlò ai suoi uomini di mantenere la rotta. Dopo aver dato tutte le disposizioni necessarie corse da noi per ragguagliarci sulla situazione e ci tranquillizzò dicendo che si trattavano solamente di rane giganti di fiume. “Queste bestie si divertono a colpire le chiglie delle navi che attraversano il loro territorio, non fanno mai grandi danni perchè ormai chi naviga da queste parti le conosce bene e ha corazzato il fondo della nave. Di solito si limitano a questo e non attaccano mai direttamente i naviganti”.

Di solito. Fino a quel momento.

Due frasi che si potrebbero anche definire odiose.

Dieci di quelle “di solito non attaccano mai i naviganti” ce le trovammo sul ponte, pronte a “non attaccarci”. Un nugulo di lingue viscide partì nella nostra direzione cercando di afferrarci; qualcuna ce la fece, qualcuna fallì questo attacco a distanza. In ogni caso per le più fortunate non fu proprio un grande successo prendere il braccio di un Signore del Fuoco e di un barbaro dotato di un’ascia affilatissima. Risultato: una lingua carbonizzata e una troncata di netto.

Ma anche il Signore delle tempeste non fu da meno dei suoi compagni. Il giavellotto carico di elettricità statica venne scagliato con tale potenza da creare un cono di elettricità che colpì tutto quello che c’era nell’intorno della sua linea di fuoco, fino a quando non andò a conficcarsi nella testa di una rana uccidendola all’istante. “Stasera spiedini di rana” fu il suo commento.

Il nostro 007 si nascose nell’ombra prodotta dall’albero maestro e restò in attesa che una rana passasse a tiro di cerbottana. Pam! dardo velenoso e morte all’istante.

Il Kensai si mise a discutere con una rana sul fatto che erano salite a bordo senza autorizzazione e che dovevano lasciare subito la nave. Senza ottenere risposta dalla rana, allora la uccise con la fionda.

Il barbaro e il minotauro si divertivano a far letteralmente esplodere le rane colpendole con ascia e pugni.

La battaglia non sembrava complicata, anzi ci stava risvegliando dal torpore e dalla noia dell’infinito viaggio verso Stormfist. I continui attacchi delle rane non portavano grandi colpi a segno, se non lievi ustioni chimiche causate dalle lingue acide. L’unica cosa fastidiosa è che continuavano ad arrivare gruppi numerosi di nemici dall’acqua e Ciolaz era frustrato perchè gli avevamo impedito di scagliare palla di fuoco, soluzione veloce e definitiva, per evitare di colare a picco tutti insieme allegramente.

Le incursioni sul ponte finirono presto, forse perchè avevamo oltrepassato il loro territorio oppure perchè avevamo sterminato l’intera tribù. Questo non lo sapremo mai, ma poco importava.

I restanti due giorni di navigazione furono tremendamente tranquilli e noiosi. Solo la tombola degli schiavi riuscì a tirarci su il morale. Intanto Cicciobenzina discusse fino all’attracco con Sgrog su come cucinare la carne di rana.

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Sottotitolo: Almeno l’IVRI non ti devasta la casa

Lasciati i cani morti sul selciato, solo un piccolo lembo di terra ci separava dalla porta d’ingresso della villa dell’altro tizio, nemico giurato di Lindsay. Sotto le abili mani del nostro ladro la porta si aprì come una dolce donna apre le gambe di fronte a un gioiello.

Appurato che non ci fossero trappole, entrammo nella prima stanza: un ampio salone open space, con angolo cottura, ottime rifiniture, pavimento in legno, informazioni in sed….ehm. Aveva una porta sul fondo e una scala che portava di sotto. Non c’era un piano superiore.

Per essere un mercante d’arte la magione era arredata con poco più che paccottaglia di infimo valore e il quadro non era in questa stanza. Mentre il mezz’orco e il minotauro si divertivano a giocare con cancelli e baobab fuori dalla porta, il resto del gruppo si mosse per esplorare l’altra stanza: vi era un lungo corridoio con una doppia fila di colonne scarsamente arredato e male illuminato che conduceva ad un altra stanza, molto più piccola.

Due grandi statue di pietra disposte ai lati sembravano fare da guardia alla tela diposta sulla parete opposta alla porta. Per il ladro la stanza era pulita; si poteva procedere all’operazione di rimozione.

Con precisione chirurgica la tela venne sganciata dall’intelaiatura e arrotolata per facilitarne il trasporto. Era fatta, potevamo scappare! Ma non appena la tela oltrepassò la linea delle statue un fragoroso frastuono risuonò per la casa. Sembrava che una frana ci avesse colpito in pieno e forse sarebbe stato meglio: le due statue iniziarono a ruggire e a muoversi dal loro piedistallo.

Iniziammo a scappare e il mago che rimase più indietro rispetto a noi ci coprì la fuga lanciando immagine illusoria nella stanza e nebbia lungo il corridoio. Sembrava stesse funzionando perchè le statue parevano disorientate e goffe nei movimenti. Fu solo una breve speranza perchè improvvisamente i due golem dispiegarono le ali e iniziarono a inseguirci. Lo scarso vantaggio guadagnato ci permise fortunatamente di raggiungere il salone centrale.

Il rumore di legno frantumato attirò immediatamente l’attenzione dei due guerrieri di guardia fuori dalla villa che si precipitarono armi in pugno all’interno della casa per randellare i due culi granitici. La battaglia fu epica: asciate, pugni, calci, dardi, fuoco, dita negli occhi, calci nelle rotule servirono a far stramazzare a terra i due golem.

Riprese le forze, esplorammo il piano inferiore della casa trovando razioni, soldi e uno strano sacchetto con una pallina morbida e pelosa. Certi che non ci fosse altro di valore ancora integro lasciammo quel luogo per non farvi mai più ritorno.

Ma una dubbio ancora oggi ci perseguita: ma dov’era il letto?

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Sottotitolo: la forza non va a braccetto con l’intelligenza

Falso! Falso! Era un maledetto falso! Una crosta, seppur ben fatta, ma pur sempre una stramaledetta crosta!
Ci sarebbe toccato pure il doppio lavoro. Secondo Lindsay, il quadro chiuso in banca era un clamoroso specchietto per allodole; probabilmente l’originale doveva trovarsi nella tenuta di campagna dell’altro tizio, nemico giurato del committente, giù in fondo al villaggio.

Ormai avevamo il tempo contro di noi e i forconi dei paesani puntati contro le nostre giugulari se qualcuno avesse scoperto il macello in banca; dovevamo sbrigarci a prendere il quadro, consegnarlo e scappare a gambe levate. D’altronde avevamo promesso a Lindsay, prima di fare il furto in banca, che non avremmo arrecato danno ai cittadini…Anche se detto tra noi, quel villaggio sarebbe potuto sparire dalle mappe in meno di venti minuti.

La villa si presentava circondata da una alta cancellata oltre che da una fitta vegetazione: l’unico accesso era un cancello di ferro finemente lavorato che sarebbe stato preda del nostro ladro di fiducia. Non vennero riconosciute trappole nelle vicinanze, sembrava tutto troppo strano e tranquillo; nessuna guardia, nessuna luce in casa…

Il minotauro che Lindsay ci aveva assegnato come balia e il mezz’orco entrarono per primi, quando ad un tratto vennero colpiti da una bordata di fuoco sputata da cinque mastini comparsi dal nulla. Il comitato di benvenuto era arrivato.
Con spocchia e con l’acume che si addice ad un mezz’orco, con un calcio richiuse dietro di sè il cancello, lasciandoci fuori ad assistere impotenti allo scontro. Il “Noi pensare loro, voi fuori” detto in quel mezzorchesco correggiuto non ammetteva repliche.

In ogni caso cinque mastini sputafuoco non erano roba facile neanche per due bestioni del genere e solo l’intervento degli altri per riaprire il cancello che si era incassato nell’intelaiatura e la cura scagliata all’ultimo da Osvaldo salvarono da morte certa il baldanzoso  e poco affascinante bestione che si credeva un dio della guerra.

Il piromanziere e il mago-guerriero non mossero un dito perchè si stavano godendo la vista di un mezz’orco e di un peloso minotauro fumanti e morenti a causa del loro orgoglioso senso di supremazia che non prevedeva l’aiuto di nessuno.

Finita la battaglia i corpi sventrati dei mastini furono oggetti di scherno e sodomia da parte dei due guerrieri. Inoltre per la serie “Non facciamoci notare”, il cancello venne sradicato dalla sua sede e scagliato a metri di distanza perchè il mezz’orco voleva farci entrare in testa che anche se era stupido come una ciabatta, era comunque il più forte.

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….come si poteva definire banca questo schifo? un misero caseggiato in muratura, con un portoncino di ingresso semilavorato tanto per farti sentire importante quando vai a consegnare i tuoi pidocchiosi, miserrimi 2 soldi e con una porticina di ferro sul retro. D’accordo che avevamo già ricevuto copia della chiave, ma sarebbe bastata la forza del mezz’orco per scardinarla.

La saletta interna era ancora più triste della facciata: un bancone di legno, qualche sedia, due o tre piante striminzite.. Il nostro specialista in allarmi si  intristitì perchè non trovò neanche una piccola trappola a pressione. “Qui non si riesce a lavorare seriamente, mi sto veramente irrita….”, mentre stava urlando queste parole si interruppè bruscamente e un sogghigno si disegnò sul suo volto; indicò tutto felice la porta di fronte a noi facendoci osservare che filtrava della luce da sotto.

Di soppiatto si mosse verso la porta, la studiò un attimo e atterrito non riuscì a capire se ci fosse qualche sistema d’allarme. Indecisi sul da farsi, perchè il nostro imperativo era non attirare l’attenzione dei popolani, restammo li un poco. Infine per non saper nè leggere nè scrivere il mezz’elfo lanciò silenzio sulla porta.
La porta non era neanche chiusa, si aprì senza fare il minimo cigolio e altrettanto in silenzio le sei guardie che dormivano beatamente sulle loro poltroncine di legno non si sarebbero più svegliate. Se non da morte.

Certi di non avere altre interferenze ci avvicinammo al caveau che venne aperto in pochi minuti. Varcata la soglia della stanza si diffuse per la banca il suono di una debole campanella d’allarme che avrebbe dovuto destare le guardie dal loro meritato riposo. Il filo che collegava il sistema venne strappato con arroganza dal mezz’orco: ora niente ci avrebbe impedito di completare la missione.

Le cassette di sicurezza si aprirono con una facilità disarmante e tutto il loro, diciamo prezioso contenuto, si riversò nelle nostre tasche tra cui anche l’oggetto per cui eravamo li: una tela arrotolata di un quadro dal valore notevole per chi ci aveva commissionato il furto.

Fatto il misfatto richiudemmo la porticina sul retro con la chiave; non ci preoccupammo neppure di ripulire tutto per bene perchè tanto sapevamo che quella notte sarebbe stata l’ultima notte che avremmo passato al villaggio. Ormai eravamo troppo compromessi. Dopo una capatina dal mandante per consegnare il pacco e ricevere il conquibus avremmo lasciato la città per sempre….

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